Chapter 833 of 914

Dante Allighieri a Giovanni del Virgilio, Egloga II

Dante Allighieri a Giovanni del Virgilio, Egloga II

Dante Allighieri a Giovanni del Virgilio, Egloga II

Alfesibeo, Melibeo, Titiro

Gittato il vel di Colco il presto Eoo,

E gli altri alati corridori il vago

Titan traean per l’orbita, dal punto

In cui la vetta a dechinar comincia;

5  E del carro tenean le ruote il mezzo,

E gli obbietti, che fulgidi da pria

Eran vinti dall’ombre, or l’ombre stesse

Vincean, lasciando ribollire i campi.

Titiro quindi, e Alfesibeo del bosco

10  Ripararono al rezzo, e l’uno e l’altro

Mosso a pietà del gregge suo, di tigli

E di platani e frassini per entro

D’ombroso l’adducean denso boschetto.

E là, mentre commiste alle caprette,

15  Le pecorelle sull’erba silvestre

Corcate aspiran l’aer per le narici,

Titiro, veglio ch’era, riparato

Un acero sott’esso, al soporoso

Odor di quelle foglie ancor più grave,

20  Svelse dal tronco di gran pero un forte

Nodoso bastoncel, cui s’appoggiando

Stette, fin che dicesse Alfesibeo.

A.

Ed ei cantava: che le menti umane

S’ergano al ciel, d’onde ebber vita, i corpi

25  Ad animar; che piaccia ai bianchi cigni,

Lieti del suol palustre e del mit’aere,

Il Caistro sonoro empir di canti;

Che s’accoppii del mare il pesce, e al mare

Tolgasi, come in sul confln di Nereo

30  Arriva a delibar l’onda del fiume;

Che delle ircane tigri il sangue tinga

Del Caucaso le rupi, e il libio serpe

Con sue squamme di sabbie agiti i monti;

Non ne stupisco io già: piace ad ognuno,

35  Titiro, ciò che al genio suo risponde.

Ben di Mopso io stupisco (e meco tutti

Quanti alberga pastori il suol Sicano)

Che gli piaccian dell’Etna i nudi sassi.

Spelonche di Ciclopi. —

M.

Egli avea detto,

40  Ed ecco che anelante, e in sudor tutto,

Arriva Melibeo, cui non appena:

Ve’, Titiro sclamò, dieronsi i vegli

Dell’ansia giovanile a far gran risa,

Come i siculi un dì le fer, veggendo

45  Dallo scoglio divelto il buon Sergesto.

T.

Titiro, il vecchio, allor dal verde cespo

Levò il crine canuto, e a lui, che molto

Ancor soffiava dall’aperte nari,

A dir imprese: Giovanetto ah troppo!

50  Qual mai nuova cagione in tanto corso

Ad agitar i mantici del petto

Così rapidamente ti costrinse?

M.

Egli nulla all’incontro; ma ben quella

Ch’ei seco avea siringa al labbro pose

55  Tremulo ancor, nè all’aure sen venia

Un filo pur del suono disïato.

Mentr’ei s’adopra il giovanetto a trarne

Voce arundinea (strane cose io parlo,

Ma però vere), la siringa stessa

60  Da sè medesma a risuonar imprese:

Sott’esso a caso i colli irrigui, dove

Ninfa procace la Savena incontra

Il verde Reno — e, tre se al fiato i fori

Rispondevano ancor, di versi cento

65  Fra gl’intenti pastori la dolcezza

Titiro sparso avria, come con esso

Tra sè pensava anch’egli Alfesibeo:

A.

Che a Titiro così mandò gli accenti:

E tu vorresti, venerando veglio,

70  Del Peloro lasciar gl’irrigui campi

Per andartene all’antro dei Ciclopi?

T.

Cui egli: o mio carissimo, e n’hai dubbio?

A che mi tenti?

A.

E Alfesibeo: io dubbio?

Io tento? E non t’avvedi, che la tibia

75  Del Nume per virtù si fa canora,

Al mormorar simil di surte canne;

Dico a quel mormorar che feo solenni

Le turpissime un dì tempie del rege

Che, di Bromio al voler, le del Pattolo

80  Arene tinse? — Ma te chiamin pure,

O fortunato veglio, al lido infausto

In cui tutte sue lave Etna riversa;

Al mendace favor non prestar fede.

Delle Driadi del loco, e del tuo gregge,

85  Qui dove sei, pietà ti prenda almeno.

Te i gioghi, e i nostri colli, e te lontano

Piangerian questi fiumi, e queste Ninfe,

Meco tementi di peggior ventura;

E l’invidia cadria, ch’ora a noi porta

90  Pachino istesso, e noi pastor pur anco

D’averti conosciuto avrem dispetto.

Ah veglio fortunato! ah non volere

Del tuo nome vivace i noti paschi,

E vedove lasciar le note fonti!

T.

95  O più che la metà di questo petto

(E il suo toccò) parte a me cara, Mopso,

Il d’anni grave Titiro ripiglia,

A me di pari amor congiunto in elle

Che timide fuggiro a Pireneo

100  Male caduto, Mopso che le rive

Del Pò mi vede a destra, ed a sinistra

Il Rubicone, dove l’Adria chiude

Dell’Emilia il tener, egli mi esalta

Dell’Etna i paschi, ed ei non sa, ch’entrambi

105  Fra l’erba molle del Trinacrio monte

Posiam, di cui non avvi un più fecondo,

Che a nutrir valga di succhi vitali

In fra i Siculi monti, armenti e gregge.

Eppur, sebbene i sassi Etnei posporre

110  Debbansi del Peloro al verde suolo,

Pur il mio Mopso a visitare andrei,

Qui lasciando la greggia, se la tema,

Polifemo, di te non mel vietasse.

A.

E Alfesibeo: Chi fia, che Polifemo

115  Non abborrisca? Ei che l’aperta bocca

Tinger d’umano sangue à per costume,

Già sin d’allor, che Galatea lo vide

Dilacerar le viscere del suo

Acide abbandonato, ed, oh infelice!,

120  Fuggir appena ella poteo: che forse

D’amor la forza in lui potuto avrebbe,

Mentre tutto bollia della spietata

Rabbia d’ira cotanta? Ah! come mai?

Se Acmenide medesmo inorridito

125  A veder solo l’operata strage

Degli efferati socj del Ciclope,

Valse appena a tener l’anima in petto?

Ah no mia vita! io te ne priego, mai

Tanta crudele voluttà ti punga

130  Che la Najade bella, e il piccol Reno

Chiudano in seno questo capo illustre,

Cui dall’eccelsa vergine apparecchia

Lo sfrondator di lauro eterne fronde.

T.

Titiro ne sorrise, e già tutt’uno

135  Nel medesmo pensier, del magno alunno,

E dell’intero gregge, i detti accolse.



Ma poichè omai del Sole i corridori

L’etra fendean così verso la china,

Che l’ombra già vincea le cose tutte;

140  Tolte le verghe i due pastor, lasciando

La gelida convalle, e in un le selve,

Ritornarono dopo alle lor gregge,

E da di là le irsute pecorelle

Contente si moveano innanzi, come

145  N’andassero di nuovo ai paschi molli.

Nascosto intanto, e di quel sito appresso,

Stava l’accorto Jola; ei tutte cose,

Qual intenderle seppe, a me feo conte;

E s’egli a me, Mopso, io per te le pinsi.

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