Chapter 832 of 914

Giovanni del Virgilio a Dante Allighieri, Egloga responsiva

Giovanni del Virgilio a Dante Allighieri, Egloga responsiva

Giovanni del Virgilio a Dante Allighieri, Egloga responsiva

Mopso.

Sott’esso a caso ai colli irrigui, dove

Macchiata variamente il niveo crine

Ninfa procace la Savena incontra

Il verde Reno, addentro il nativo antro

5  Chiuso m’aveano — I giovani torelli

A lor posta pascean le rive erbose;

L’agne mordean le tenerelle fronde,

I capri i dumi, ed io che far potea...,

Se in quella selva io solo era, e garzone?

10  Amor di liti alla città condotti

Avea ben altri a turba, ed a quel tempo

Nè Nisa a me, nè rispondeva Alessi,

Usi a seguirmi entrambi; io col ricurvo

Ferro le canne idrauliche temprava,

15  Solo conforto alle mie cure — ed ecco

Titiro risuonar lunghesso il lido

D’Adria, fra il rezzo dell’ombre gradite,

Che i densi pini in lungo ordine posti,

E levandosi al ciel, gittan sui prati,

20  Al genio sacri del loco natio,

Mentre spargon di mirto olezzo, e il suolo

D’erbe odorose e fior vestono a nembo;

Là ‘ve il monton fluviatile non lascia

Asciutte mai l’arene, e va del mare

25  Colle morbide lane a cercar l’onde;

Ei stesso mi recò dell’aleggiante

Euro il leggero sibilo, per cui

Sulle cime del Menalo soave

Spandesi l’armonia, che dell’udito

30  E balsamo, ed in bocca il latte stilla,

Tal che premuto non ricordan mai

Della gregge i pastor, che pur d’Arcadia

Sono già tutti. In ascoltar quei versi

Gli Arcadi intanto esultano, e le Ninfe

35  E i pastori, ed i bovi, e gli agni, e l’irte

Caprette, e gli asinelli, che pur essi

Dansi a correr qua e là con tese orecchie:

I Fauni stessi del Liceo pei gioghi

Danzan giocondamente.

M.

Io fra me stesso:

40  Se canta, dissi, Titiro le agnelle,

E tragge dietro a sè capri ed armenti,

Perchè cantasti tu di civil carme

Nella città sedendo, quando mai

Un tempo del Benaco la zampogna

45  Con suono pastoral presse il tuo labbro?

Te pur bifolco oda cantar ne’ boschi.

Nè più ci volle, le maggiori canne

Deposte, dò di piglio alle mezzane,

Ed a rigonfie labbra il fiato infondo.

50  Così, vecchio divin, così sarai,

Da lui venuto, un altro lui (che certo

Tu se’ il medesmo o il pari a lui, se al samio

Vate creder dobbiam) e tanto a Mopso

Sia conceduto, quanto e’ fu concesso

55  A Melibeo. Ahimè! che tu ten giaccia

Sott’esso polveroso e rozzo tetto,

E sdegnoso a ragion, che tu sospiri

Tolti alla greggia tua dell’Arno i paschi,

Dell’ingrata città con vitupero,

60  Non dirlo a Mopso, e non voler che versi

Le gote ad irrigar di pianto un fiume!

Non tormentar te stesso, ed egli insieme,

Di cui tanto è l’amor, tanto ti stringe,

Mel credi pure, amabil veglio, al seno,

65  Quanto legasi intorno ad olmo eccelso

Con cento nodi la pampinea vite.

Oh! se giorno verrà, che a te ridoni

Nel tuo fonte veder la tua canuta

E sacra chioma biondeggiar di nuovo,

70  Dalla tua stessa Fille in ordin posta,

Quanto stupor di tue capanne algose

Ti prenderà! Tu nel frattempo or dunque

Togliti al tedio, e alla letizia attendi.

Vieni con me, che il puoi, vieni a posarti

75  Degli ozii miei negli antri amati, e meco

Prendi a cantar; noi canteremo entrambi.

Io con lieve zampogna, e tu con grave;

Maestro mi sarai, come s’addice

All’età di ciascun. Vedi, egli stesso

80  T’invita il luogo mio; l’umido fonte

Dentro irriga lo speco, a cui fa tetto

Grosso macigno, ed i virgulti ombrello.

L’origano all’intorno olezza, e induce

Il papavero al sonno, onde un oblio

85  Che i sensi molce, di serpillo un letto

Alessi stenderà dove corcarti.

Io stesso Coridon perché lo chiami

Ne pregherò; Nisa a lavarti i piedi

S’accingerà gentile, indi la cena

90  Appresterà. Da Testili conditi

Saran con pepe i funghi, e ben difesi

La mercè d’aglio molto, a caso mai

Che l’imprudente Melibeo n’avesse

Mal trascelto talun nei florid’orti.

95  Con lor grato ronzio l’api frattanto

Il mele t’offriranno; e tu corrai

Tra le poma le belle; altre gustate

Di Nisa le dirai pari alle guance;

D’altre, difese dalla gran bellezza,

100  Farai conserva, e non saran le meno.

Ed ecco serpeggiar colle radici

L’ellera all’antro sopra, a farti un serto:

Nè qui manco verrà diletto alcuno.

Or vieni, e qui saran quanti vederti

105  Hanno desio, pastor giovani e vegli,

Ch’ardono d’ammirar i nuovi carmi,

E apprender l’armonie del verso antico.

Eglino a te selvatici capretti,

Eglino t’apporran terga rotonde

110  Quali al tuo Melibeo piacean, di linci.

Or vieni, e non temer, Titiro mio,

Delle nostre foreste, e gli alti pini

Dalle cime commosse, e tengon fede

E gli arbusti, e le quercie, e fin le ghiande.

115  No, quivi insidie, e quivi ingiurie, quante

Tu credi, non vi sono: a me che t’amo

Non vuoi fidar te stesso? I regni miei

Forse ti sembran vili? Eppure a sdegno

Non ebber d’abitar quest’antri cavi

120  Gli Dei medesmi. Il dica l’Achillèo

Chirone, e, anch’ei pastore, il dica Apollo.

Mopso, folleggi? Non sai tu, che Jola

È cortese e gentil; ma non l’assente.

Ei sa che sono rustici i tuoi doni,

125  E de’ suoi tabernacoli per ora

Il tuo speco non puoi dir più sicuro,

Tal che sen possa ricrear. Ma quale

Smania ti prese nella mente accesa?

Qual nuova ne’ tuoi piè brama destossi?

130  Vede un garzon la vergine e l’ammira,

Il fanciullo vagheggia l’augelletto,

L’augelletto le selve, e le foreste

Il tiepido spirar di primavera;

Così, Mopso, te sol Titiro ammira,

135  E dalla meraviglia amor germoglia.

Noi dispregiar; del Muson Frigio all’acque

Tua sete spegnerò; nè tu il conosci,

Uso a bere, qual sei, nel fiume avito.

Ma che va intanto la giovenca mia

140  Mugghiando intorno? Che la gravin gonfie

Forse le poppe fra l’umide coscie?

Lo credo almen; vommene in fretta or dunque

Di fresco latte a ricolmar le conche,

Ed ammollirvi poi le dure croste.

145  Vieni a mungere or via; così daremo

Tanti li vasi a lui, quanti di latte

Ne promettea Titiro stesso; quando

Mandarne ad un pastor non sia superbo.



Mentr’io così diceva, ecco i compagni,

150  E discender con essi il sol dal monte.

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