Chapter 584 of 914

CIII - Così nel mio parlar voglio esser aspro

CIII - Così nel mio parlar voglio esser aspro

CIII - Così nel mio parlar voglio esser aspro

Rime per la donna pietra

 

Così nel mio parlar voglio esser aspro

com’è ne li atti questa bella petra,

la quale ognora impetra

maggior durezza e più natura cruda,

5  e veste sua persona d’un diaspro

 

tal, che per lui, o perch’ella s’arretra,

non esce di faretra

saetta che già mai la colga ignuda:

ed ella ancide, e non val ch’om si chiuda

10  né si dilunghi da’ colpi mortali,

 

che, com’avesser ali,

giuncono altrui e spezzan ciascun’arme;

sì ch’io non so da lei né posso atarme.

Non trovo scudo ch’ella non mi spezzi

15  né loco che dal suo viso m’asconda;

 

ché, come fior di fronda,

così de la mia mente tien la cima:

cotanto del mio mal par che si prezzi,

quanto legno di mar che non lieva onda;

20  e ‘l peso che m’affonda

 

è tal che non potrebbe adequar rima.

Ahi angosciosa e dispietata lima

che sordamente la mia vita scemi,

perché non ti ritemi

25  sì di rodermi il core a scorza a scorza,

 

com’io di dire altrui chi ti dà forza?

Ché più mi triema il cor qualora io penso

di lei in parte ov’altri li occhi induca,

per tema non traluca

30  lo mio penser di fuor sì che si scopra,

 

ch’io non fo de la morte, che ogni senso

co li denti d’Amor già mi manduca;

ciò è che ‘l pensier bruca

la lor vertù sì che n’allenta l’opra.

35  E’ m’ha percosso in terra, e stammi sopra

 

con quella spada ond’elli ancise Dido,

Amore, a cui io grido

merzé chiamando, e umilmente il priego;

ed el d’ogni merzé par messo al niego.

40  Egli alza ad ora ad or la mano, e sfida

 

la debole mia vita, esto perverso,

che disteso a riverso

mi tiene in terra d’ogni guizzo stanco:

allor mi surgon ne la mente strida;

45  e ‘l sangue, ch’è per le vene disperso,

 

fuggendo corre verso

lo cor, che ‘l chiama; ond’io rimango bianco.

Elli mi fiede sotto il braccio manco

sì forte, che ‘l dolor nel cor rimbalza:

50  allor dico: “S’elli alza

 

un’altra volta, Morte m’avrà chiuso

prima che ‘l colpo sia disceso giuso”.

Così vedess’io lui fender per mezzo

lo core a la crudele che ‘l mio squatra!

55  poi non mi sarebb’atra

 

la morte, ov’io per sua bellezza corro:

ché tanto dà nel sol quanto nel rezzo

questa scherana micidiale e latra.

Ohmè, perché non latra

60  per me, com’io per lei, nel caldo borro?

 

ché tosto griderei: “Io vi soccorro”.

e fare’l volentier, sì come quelli

che ne’ biondi capelli

ch’Amor per consumarmi increspa e dora

65  metterei mano, e piacere’le allora.

 

S’io avessi le belle trecce prese,

che fatte son per me scudiscio e ferza,

pigliandole anzi terza,

con esse passerei vespero e squille:

70  e non sarei pietoso né cortese,

 

anzi farei com’orso quando scherza;

e se Amor me ne sferza,

io mi vendicherei di più di mille.

Ancor ne li occhi, ond’escon le faville

75  che m’infiammano il cor, ch’io porto anciso,

 

guarderei presso e fiso,

per vendicar lo fuggir che mi face;

e poi le renderei con amor pace.

Canzon, vattene dritto a quella donna

80  che m’ha ferito il core e che m’invola

 

quello ond’io ho più gola,

e dàlle per lo cor d’una saetta;

ché bell’onor s’acquista in far vendetta.

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