CLXXI La Vec[c]hia
“E s’e’ viene alcuno che·tti prometta,
E per promessa vuol c[h]’a·llui t’attacci,
I’ non vo’ già perciò che·ttu lo scacci,
Ma digli c[h]’altro termine ti metta,
Perciò c[h]’avrai allor troppo gran fretta;
E sì vo’ ben che ‘l basci e che·ll’abracci,
Ma guarda che co·llui più non t’impacci,
S’e’ non iscioglie prima la maletta.
O s’alcun ti mandasse alcuno scritto,
Sì guarda ben la sua intenzione,
Ched e’ non ab[b]ia fintamente scritto;
E poi sì gl[i]ene fa risponsione,
Ma non sì tosto: atendi un petitto,
Sì ch’egli un poco stea in sospez[z]one.
CLXXII La Vec[c]hia
“E quando tu udirai la sua domanda,
Già troppo tosto non sie d’acordanza,
Né non fare di lui gran rifusanza:
Nostr’arte sì no’l vuol né no’l comanda.
Cortesemente da·tte sì ‘l ne manda,
E stea il su’ fatto tuttora in bilanza,
Sì ch’egli ab[b]ia paura ed isperanza
Insin ch’e’ sia del tutto a tua comanda.
E quand’e’ ti farà più pregheria,
Tu gli dirai tuttor che·ttu sie presta
A fargli tutta quanta cortesia,
E dì che ‘l su’amor forte ti molesta;
E così caccia la paura via.
Po’ dimora con lui e fagli festa.
