Chapter 752 of 914

Canto trentunesimo

Canto trentunesimo

Canto trentunesimo

Canto XXXI, ove tratta de’ giganti che guardano il pozzo de l’inferno, ed è il nono cerchio.

Una medesma lingua pria mi morse,

sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,

e poi la medicina mi riporse;   3

così od’io che solea far la lancia

d’Achille e del suo padre esser cagione

prima di trista e poi di buona mancia.   6

Noi demmo il dosso al misero vallone

su per la ripa che ‘l cinge dintorno,

attraversando sanza alcun sermone.   9

Quiv’era men che notte e men che giorno,

sì che ‘l viso m’andava innanzi poco;

ma io senti’ sonare un alto corno,   12

tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,

che, contra sé la sua via seguitando,

dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.   15

Dopo la dolorosa rotta, quando

Carlo Magno perdé la santa gesta,

non sonò sì terribilmente Orlando.   18

Poco portäi in là volta la testa,

che me parve veder molte alte torri;

ond’io: “Maestro, dì, che terra è questa?”.   21

Ed elli a me: “Però che tu trascorri

per le tenebre troppo da la lungi,

avvien che poi nel maginare abborri.   24

Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,

quanto ‘l senso s’inganna di lontano;

però alquanto più te stesso pungi”.   27

Poi caramente mi prese per mano

e disse: “Pria che noi siam più avanti,

acciò che ‘l fatto men ti paia strano,   30

sappi che non son torri, ma giganti,

e son nel pozzo intorno da la ripa

da l’umbilico in giuso tutti quanti”.   33

Come quando la nebbia si dissipa,

lo sguardo a poco a poco raffigura

ciò che cela ‘l vapor che l’aere stipa,   36

così forando l’aura grossa e scura,

più e più appressando ver’ la sponda,

fuggiemi errore e cresciemi paura;   39

però che, come su la cerchia tonda

Montereggion di torri si corona,

così la proda che ‘l pozzo circonda   42

torreggiavan di mezza la persona

li orribili giganti, cui minaccia

Giove del cielo ancora quando tuona.   45

E io scorgeva già d’alcun la faccia,

le spalle e ‘l petto e del ventre gran parte,

e per le coste giù ambo le braccia.   48

Natura certo, quando lasciò l’arte

di sì fatti animali, assai fé bene

per tòrre tali essecutori a Marte.   51

E s’ella d’elefanti e di balene

non si pente, chi guarda sottilmente,

più giusta e più discreta la ne tene;   54

ché dove l’argomento de la mente

s’aggiugne al mal volere e a la possa,

nessun riparo vi può far la gente.   57

La faccia sua mi parea lunga e grossa

come la pina di San Pietro a Roma,

e a sua proporzione eran l’altre ossa;   60

sì che la ripa, ch’era perizoma

dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto

di sovra, che di giugnere a la chioma   63

tre Frison s’averien dato mal vanto;

però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi

dal loco in giù dov’omo affibbia ‘l manto.   66

“Raphèl maì amècche zabì almi”,

cominciò a gridar la fiera bocca,

cui non si convenia più dolci salmi.   69

E ‘l duca mio ver’ lui: “Anima sciocca,

tienti col corno, e con quel ti disfoga

quand’ira o altra passïon ti tocca!   72

Cércati al collo, e troverai la soga

che ‘l tien legato, o anima confusa,

e vedi lui che ‘l gran petto ti doga”.   75

Poi disse a me: “Elli stessi s’accusa;

questi è Nembrotto per lo cui mal coto

pur un linguaggio nel mondo non s’usa.   78

Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;

ché così è a lui ciascun linguaggio

come ‘l suo ad altrui, ch’a nullo è noto”.   81

Facemmo adunque più lungo vïaggio,

vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro

trovammo l’altro assai più fero e maggio.   84

A cigner lui qual che fosse ‘l maestro,

non so io dir, ma el tenea soccinto

dinanzi l’altro e dietro il braccio destro   87

d’una catena che ‘l tenea avvinto

dal collo in giù, sì che ‘n su lo scoperto

si ravvolgëa infino al giro quinto.   90

“Questo superbo volle esser esperto

di sua potenza contra ‘l sommo Giove”,

disse ‘l mio duca, “ond’elli ha cotal merto.   93

Fïalte ha nome, e fece le gran prove

quando i giganti fer paura a’ dèi;

le braccia ch’el menò, già mai non move”.   96

E io a lui: “S’esser puote, io vorrei

che de lo smisurato Brïareo

esperïenza avesser li occhi mei”.   99

Ond’ei rispuose: “Tu vedrai Anteo

presso di qui che parla ed è disciolto,

che ne porrà nel fondo d’ogne reo.   102

Quel che tu vuo’ veder, più là è molto

ed è legato e fatto come questo,

salvo che più feroce par nel volto”.   105

Non fu tremoto già tanto rubesto,

che scotesse una torre così forte,

come Fïalte a scuotersi fu presto.   108

Allor temett’io più che mai la morte,

e non v’era mestier più che la dotta,

s’io non avessi viste le ritorte.   111

Noi procedemmo più avante allotta,

e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,

sanza la testa, uscia fuor de la grotta.   114

“O tu che ne la fortunata valle

che fece Scipïon di gloria reda,

quand’Anibàl co’ suoi diede le spalle,   117

recasti già mille leon per preda,

e che, se fossi stato a l’alta guerra

de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda   120

ch’avrebber vinto i figli de la terra:

mettine giù, e non ten vegna schifo,

dove Cocito la freddura serra.   123

Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:

questi può dar di quel che qui si brama;

però ti china e non torcer lo grifo.   126

Ancor ti può nel mondo render fama,

ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta

se ‘nnanzi tempo grazia a sé nol chiama”.   129

Così disse ‘l maestro; e quelli in fretta

le man distese, e prese ‘l duca mio,

ond’Ercule sentì già grande stretta.   132

Virgilio, quando prender si sentio,

disse a me: “Fatti qua, sì ch’io ti prenda”;

poi fece sì ch’un fascio era elli e io.   135

Qual pare a riguardar la Carisenda

sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada

sovr’essa sì, ched ella incontro penda:   138

tal parve Antëo a me che stava a bada

di vederlo chinare, e fu tal ora

ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.   141

Ma lievemente al fondo che divora

Lucifero con Giuda, ci sposò;

né, sì chinato, lì fece dimora,   144

e come albero in nave si levò.

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