Chapter 563 of 914

LXXXII - Le dolci rime d’amor ch’i’ solia

LXXXII - Le dolci rime d’amor ch’i’ solia

LXXXII - Le dolci rime d’amor ch’i’ solia

Rime allegoriche e dottrinali

 

Le dolci rime d’amor ch’i’ solia

cercar ne’ miei pensieri,

convien ch’io lasci; non perch’io non speri

ad esse ritornare,

5  ma perché li atti disdegnosi e feri

 

che ne la donna mia

sono appariti m’han chiusa la via

de l’usato parlare.

E poi che tempo mi par d’aspettare,

10  diporrò giù lo mio soave stile,

 

ch’i’ ho tenuto nel trattar d’amore;

e dirò del valore,

per lo qual veramente omo è gentile,

con rima aspr’e sottile;

15  riprovando ‘l giudicio falso e vile

 

di quei che voglion che di gentilezza

sia principio ricchezza.

E, cominciando, chiamo quel signore

ch’a la mia donna ne li occhi dimora,

20  per ch’ella di se stessa s’innamora.

 

Tale imperò che gentilezza volse,

secondo ‘l suo parere,

che fosse antica possession d’avere

con reggimenti belli;

25  e altri fu di più lieve savere,

 

che tal detto rivolse,

e l’ultima particula ne tolse,

ché non l’avea fors’elli!

Di retro da costui van tutti quelli

30  che fan gentile per ischiatta altrui

 

che lungiamente in gran ricchezza è stata;

ed è tanto durata

la così falsa oppinion tra nui,

che l’uom chiama colui

35  omo gentil che può dicere; ‘Io fui

 

nepote, o figlio, di cotal valente’,

benché sia da niente.

Ma vilissimo sembra, a chi ‘l ver guata,

cui è scorto ‘l cammino e poscia l’erra,

40  e tocca a tal, ch’è morto e va per terra!

 

Chi diffinisce: ‘Omo è legno animato’,

prima dice non vero,

e, dopo ‘l falso, parla non intero;

ma più forse non vede.

45  Similmente fu chi tenne impero

 

in diffinire errato,

ché prima puose ‘l falso e, d’altro lato,

con difetto procede;

ché le divizie, sì come si crede,

50  non posson gentilezza dar né tòrre,

 

però che vili son da lor natura:

poi chi pinge figura,

se non può esser lei, non la può porre,

né la diritta torre

55  fa piegar rivo che da lungi corre.

 

Che siano vili appare ed imperfette,

ché, quantunque collette,

non posson quietar, ma dan più cura;

onde l’animo ch’è dritto e verace

60  per lor discorrimento non si sface.

 

Né voglion che vil uom gentil divegna,

né di vil padre scenda

nazion che per gentil già mai s’intenda;

questo è da lor confesso:

65  onde lor ragion par che sé offenda

 

in tanto quanto assegna

che tempo a gentilezza si convegna,

diffinendo con esso.

Ancor, segue di ciò che innanzi ho messo,

70  che siam tutti gentili o ver villani,

 

o che non fosse ad uom cominciamento;

ma ciò io non consento,

ned ellino altressì, se son cristiani!

Per che a ‘ntelletti sani

75  è manifesto i lor diri esser vani,

 

e io così per falsi li riprovo,

e da lor mi rimovo;

e dicer voglio omai, sì com’io sento,

che cosa è gentilezza, e da che vene,

80  e dirò i segni che ‘l gentile uom tene.

 

Dico ch’ogni vertù principalmente

vien da una radice:

vertute, dico, che fa l’uom felice

in sua operazione.

85  Questo è, secondo che l’Etica dice,

 

un abito eligente

lo qual dimora in mezzo solamente,

e tai parole pone.

Dico che nobiltate in sua ragione

90  importa sempre ben del suo subietto,

 

come viltate importa sempre male;

e vertute cotale

dà sempre altrui di sé buono intelletto;

per che in medesmo detto

95  convegnono ambedue, ch’en d’uno effetto.

 

Onde convien da l’altra vegna l’una,

o d’un terzo ciascuna;

ma se l’una val ciò che l’altra vale,

e ancor più, da lei verrà più tosto.

100  E ciò ch’io dett’ho qui sia per supposto.

 

E’ gentilezza dovunqu’è vertute,

ma non vertute ov’ella;

sì com’è ‘l cielo dovunqu’è la stella,

ma ciò non e converso.

105  E noi in donna e in età novella

 

vedem questa salute,

in quanto vergognose son tenute,

ch’è da vertù diverso.

Dunque verrà, come dal nero il perso,

110  ciascheduna vertute da costei,

 

o vero il gener lor, ch’io misi avanti.

Però nessun si vanti

dicendo: ‘Per ischiatta io son con lei’,

ch’elli son quasi dei

115  quei c’han tal grazia fuor di tutti rei;

 

ché solo Iddio a l’anima la dona

che vede in sua persona

perfettamente star: sì ch’ad alquanti

che seme di felicità sia costa,

120  messo da Dio ne l’anima ben posta.

 

L’anima cui adorna esta bontate

non la si tiene ascosa,

ché dal principio ch’al corpo si sposa

la mostra infin la morte.

125  Ubidente, soave e vergognosa

 

è ne la prima etate,

e sua persona adorna di bieltate

con le sue parti accorte;

in giovinezza, temperata e forte,

130  piena d’amore e di cortese lode,

 

e solo in lealtà far si diletta;

è ne la sua senetta

prudente e giusta, e larghezza se n’ode,

e ‘n se medesma gode

135  d’udire e ragionar de l’altrui prode;

 

poi ne la quarta parte de la vita

a Dio si rimarita,

contemplando la fine che l’aspetta,

e benedice li tempi passati.

140  Vedete omai quanti son l’ingannati!

 

Contra-li-erranti mia, tu te n’andrai;

e quando tu sarai

in parte dove sia la donna nostra,

non le tenere il tuo mestier coverto:

145  tu le puoi dir per certo:

 

“Io vo parlando de l’amica vostra”.

 

[Convivio IV]

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